Unforgettable Childhood | Infanzia indimenticabile

Mostra collettiva a cura di Ermanno Tedeschi
Museo Nazionale di Ravenna

Unforgettable Childhood | Infanzia indimenticabileAncora una volta il Museo Nazionale di Ravenna apre le proprie sale ad una mostra di arte  contemporanea ed esce dai confini cronologici del sapere erudito ed enciclopedico raccontato dalle opere di pertinenza, che lo caratterizzano come luogo fisico di confluenza della collezione dei monaci Camaldolesi di Classe con i reperti/ memoria dell’età tardoantica di Ravenna. Nondimeno, nel superare questo limite il Museo Nazionale tiene fede ai contenuti e ai propositi espressi nella propria mission. Primo fra tutti quello di promuovere la crescita culturale, rivolgendosi a categorie di pubblico diversificate, con particolare attenzione a temi ed opere che siano di stimolo alle giovani generazioni. In primo luogo è proprio con questo intento istituzionale, che ho letto e accolto l’interessante proposta di Ermanno Tedeschi di esporre una scelta di opere realizzate da artisti italiani e israeliani contemporanei dedicate ad esplorare il tema dell’infanzia. Oltre al condivisibile obiettivo del curatore di “rafforzare attraverso l’arte, la costruzione di un dialogo internazionale con i paesi dell’Area mediterranea”, è nei confronti critici resi possibili dalla mostra che ho poi individuato un altro elemento cardine a sostegno di questa collaborazione.
L’occasione consente infatti di fotografare realtà culturali diverse nel loro sviluppo anche cronologico. Il contemporaneo italiano, reso forte da un passato artistico forse senza eguali e al contempo da questo stesso indebolito nello sforzo di affrancarsi verso percorsi di rottura. L’arte contemporanea israeliana invece più ‘giovane’, nell’ incarnare aspirazioni e tendenze di una nazione con poco piu’ di 70 anni di vita e per questo più libera di aprirsi al presente, seppure in una Terra dalla tradizione millenaria. Forse proprio da un tale paradosso tra modernità e conservazione delle origini, in un ricco tessuto sociale multi religioso, nasce l’effervescente e contraddittorio panorama della produzione contemporanea israeliana. Resta inteso e non va dimenticato in entrambi i casi che per l’artista contemporaneo l’espressione creativa, anche quella maggiormente carica di innovazione, non è un bagliore accesosi all’ improvviso, ma è una sintesi o meglio il prodotto di tanti fattori che si intrecciano. Ogni esercizio artistico contemporaneo racchiude in se’ un qualcosa che viene da molto lontano, ma condizionato dalla realtà circostante; si tratti di un dipinto, di una fotografia, di un manufatto scultoreo o di una performance, l’opera testimonia la storia personale dell’artista, è connessa alle sue radici, alla sua memoria e si nutre di modelli d’ispirazione
Le tecniche utilizzate dagli artisti in mostra sono molteplici sia quelle derivate da saperi antichi come la ceramica, l’incisione, la scultura in marmo, il cucito e l’uso del tessuto, la scultura invetriata, l’acquarello, sia quelle più innovative e proprie della modernità come la fotografia elaborata digitalmente, la pittura ad acrilico su plexiglass e la scultura realizzata con materiali d’uso ordinario come le graffette di acciaio inox. Volendo anche semplificare e arrendersi ad uno schema d’analisi, vediamo che la sperimentazione intesa anche come rivisitazione e contaminazione è applicata in modo trasversale senza distinzione di nazionalità. Certamente in alcuni ambiti tecnici come la ceramica, più forte è il richiamo ad una pratica della tradizione italiana. Mi riferisco ad esempio ad artisti come Giorgio di Palma e a Margherita Grasselli, diversi come formazione, ma entrambi capaci di servirsi di materiali antichi e duttili per opere contemporanee. Giorgio Di Palma predilige la terracotta e la ceramica per dare vita ad un repertorio iconografico di soggetti ordinari e popolari, che comunicano non solo i suoi sogni e il suo immaginario, ma che rivelano nell’attenzione all’oggetto d’uso comune in quanto tale, i suoi studi in archeologia, una disciplina che parte dall’analisi delle tracce materiali proprio dal manufatto d’uso per raccontare un’epoca. Un reperto antico, anche il più banale, relazionandosi con il mondo circostante è rivelatore e di ausilio alla comprensione del contesto storico che l’ha prodotto. I palloni, i coni gelato e gli altri giocattoli esposti in mostra evocano l’infanzia, ma possono essere considerati e visti come reperti utili ad una ‘archeologia’ del contemporaneo.


Le sculture – qui a Ravenna site specific – di Margherita Grasselli modellate in argilla e creta con parti decorate in smalto colorato, sono esempio di una tecnica, relegata nell’arte antica ad un uso puramente strumentale per modelli preparatori all’esecuzione in marmo o metallo. Questo materiale non levigato, anzi scabro e ruvido, è perfetto per rendere la poetica della scultrice, per la quale i corpi sintetici di donne e bambini, dai volti senza lineamenti incorniciati da capelli definiti con poche linee incise, diventano simbolo metafisico della femminilità e dell’infanzia. Anche nella compagine israeliana, convivono in modo singolare passato e presente: l’acquarello con la stampa digitale su carta d’archivio, la scultura in legno e i polimeri. La sintassi espressiva è tuttavia molto lineare, ed è il soggetto della rappresentazione il focus dell’opera. Il figurativo ha il sopravvento sull’astrazione, quasi sempre la persona umana è protagonista assoluta sia essa rappresentata da volti come nelle fotografie di David Kassmann e Nimi Getter, oppure dalle piccole figure.in lontananza di Avivit Segal e Ruth Orembach. Figure indecise, parvenze dalla labile consistenza in un luogo sospeso e cristallizzato. Lo spazio fisico è conservato tra realtà ed evocazione da Orna Ben Ami che contamina la tecnica fotografica e la scultura in ferro con un risultato emotivo potente.
L’esposizione, secondo le chiavi di lettura proposte, si configura come un’alternanza di tecniche antiche e moderne utilizzate a focalizzare, grazie alla scelta del curatore, gli oggetti, gli sguardi aperti e curiosi, le relazioni tra bambini e adulti, i giocattoli e la spontaneità naif propria dell’infanzia. Un tema, ad essere obiettivi, difficile da esplorare e leggere nell’attualità, ma del quale si è preferito privilegiare l’aspetto positivo e non drammatico.
La percezione globale che si ricava è quella davvero di una “infanzia indimenticabile “ nella memoria dell’adulto, non importa se radiosa o difficile, indimenticabile per le possibilità date e tolte in un tempo che, con il trascorrere degli anni, appare agli occhi della maturità non solo lontano, ma più lento e dilatato.

Emanuela Fiori

 

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